l tema delle pensioni, già in discussione da decenni e oggetto di ulteriori aggiustamenti nelle intenzioni del Governo è uno di quei temi chiave che modificano profondamente il funzionamento della società. Le prime riforme delle pensioni andavano a correggere situazioni di squilibrio evidente che avevano consentito ad alcuni lavoratori e lavoratrici di andare in pensione in un’età di grande vigore e di piena capacità lavorativa, tanto che le stesse persone spesso andavano a svolgere altri lavori in autonomia, sommando i nuovi redditi alla piccola rendita acquisita con la baby pensione.
Le ulteriori restrizioni del sistema previdenziale, anche quelle attualmente in discussione, cercano fondamento sull’innalzamento delle aspettative di vita degli italiani, che, sommato alla drastica riduzione delle nascite, stanno comportando un progressivo invecchiamento della popolazione.
Il ragionamento suona pressappoco così: giacché le fasce d’età attualmente in produzione sostengono numeri di persone pensionate molto superiori rispetto a quanto avveniva in passato e poiché il rapporto tra persone produttrici e persone in pensione è destinato a ridursi ulteriormente e progressivamente nel futuro, bisognerebbe porre rimedio, aumentando l’età di pensionamento, per ridurre il numero degli anni in cui la persona vivrà di pensione e per ridurre il peso dei pensionati sui produttori.
Il ragionamento che ho provato a descrivere appare convincente, ma parte da un presupposto dato per scontato: l’invarianza della capacità produttiva delle persone nel tempo, anche in tempi lunghissimi: come se un lavoratore che operava nel 1970 producesse quanto un lavoratore che opera nel 2020. Solo che questa equivalenza non è vera: chi guardi al lavoro negli uffici o nelle fabbriche, nella logistica o nelle vendite si rende conto facilmente di una realtà assolutamente vistosa: grazie alla innovazione tecnologica un lavoratore dei nostri tempi produce una quantità di beni o di servizi enormemente superiore a quella prodotta da un lavoratore di cinquanta anni fa.
Oggi a mandare un messaggio a migliaia di clienti basta il tempo di scrivere ed inviare un messaggio di posta elettronica. Lavoro che può fare una sola persona (due se il lavoro viene supervisionato). Bastano un paio d’ore di lavoro per scrivere il messaggio, se il messaggio è articolato e importante, e bastano pochi secondi per inviarlo.
Negli anni settanta bisognava stampare le lettere, imbustarle e portarle nel luogo di spedizione. Lì sarebbero state spedite nei luoghi di destinazione, dove sarebbero state distribuite. In caso di migliaia di destinatari si può parlare del lavoro di decine di persone , in qualche caso di centinaia.
I miei coetanei ricorderanno che il modello di vendita per corrispondenza una volta erano i cataloghi “Vestro” e “Postal Market” , oggi sostituiti da “Amazon” o “Alibaba” (per i quali oggi appare primitivo anche il sistema di ordine tramite posta elettronica).
Le fabbriche di Fiat ed Alfa Romeo degli anni Settanta con gli attuali impianti di Melfi non hanno confronti, se non, forse, nel trattamento degli operai. Quante automobili uscivano al giorno da una catena di montaggio e quante ne escono oggi? Impiegando quante persone?
Se quanto ho descritto è vero, allora la questione va posta diversamente: oggi e con l’attuale livello di strumentazione tecnologica, il sistema economico quante persone inattive può mantenere? E che età devono avere queste persone? La domanda relativa all’età non deve stupire: Oggi il sistema mantiene in produzione una parte delle persone – gli adulti occupati – mentre mantiene inattive altre persone: minori in età prescolare e scolare, inoccupati, disoccupati, pensionati. Inoltre il progresso delle tecniche induce a ritenere che il numero degli occupati potrebbe ulteriormente ridursi. I processi di automazione nelle fabbriche e l’auspicato impiego massivo della rete Internet nella gestione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni, come è già avvenuto con le banche e altre aziende produttrici di servizi, va in quella direzione: ci sarà meno bisogno di lavoro umano.
Che le persone siano educate e formate nei primi anni della vita è cosa utile per loro e necessaria per la società, che con la scuola può dotarsi di cittadini che condividono norme di comportamento condivise (l’esperienza ci insegna che non è sempre vero che l’educazione familiare consegua modelli di relazione sociale desiderabili) quindi è assolutamente opportuno che la prima gioventù sia spesa nella formazione delle persone, che incidentalmente, se meglio formate, saranno anche produttori più capaci e consumatori più educati. Si potrebbe quindi immaginare di far studiare per più tempo i ragazzi e le ragazze.
Ma ad un certo punto sarebbe bene per la società (oltre che per loro) che i ragazzi potessero effettivamente lavorare e guadagnare in modo da affrancarsi dalle famiglie di origine e magari avviare una nuova famiglia con partner e figli. Ad oggi invece abbiamo percentuali inaudite di disoccupazione giovanile: tanti giovani adulti non hanno occupazione e se ce l’hanno si tratta di occupazione precaria, a volte estremamente precaria e spessissimo malpagata. Tantissimi giovani sono imprigionati in quella categoria dei working poors (lavoratori poveri) e non possono rendersi autonomi dalle famiglie di origine. Questa situazione ovviamente deprime la demografia del paese.
A questo punto sorge spontanea alcune domande: a chi giova mantenere inattive o sottoccupate persone di venti o trenta, o quarant’anni e, insieme, mantenere al lavoro persone ultrasessantacinquenni, fisicamente meno efficienti, meno elastiche nell’acquisizione di nuove modalità operative e, spesso, meno motivate? Per quanto tempo potranno protrarsi politiche che comprimono progressivamente la natalità, impedendo la formazione di nuove giovani famiglie? Dobbiamo immaginare un futuro in cui si entra nel mondo del lavoro a quarant’anni e se ne esce a settanta? Settantacinque anni?
Solo che per muoversi nella direzione di far entrare “in produzione” gli adulti giovani e farne uscire gli adulti anziani, bisognerebbe incrementare la spesa pubblica e coprirla con un incremento del volume delle entrate tributarie. Ma il carico dei tributi sui cittadini è già molto lalto. Per aumentare le entrate tributarie, senza rendere eccessivo il carico sui contribuenti, sarebbero indispensabili alcune riforme molto profonde: una riforma della fiscalità orientata ai redditi delle persone fisiche, seriamente progressiva ed orientata ad una lotta all’evasione seria, utilizzando efficacemente l’incrocio dei dati già in possesso delle amministrazioni pubbliche; una effettiva semplificazione delle norme fiscali, per evitare dinamiche elusive e una riforma della contabilità della redistribuzione. Trovare cioè una nuova organizzazione pubblica della previdenza che porti alla trasformazione dell’INPS da ente autonomo a ufficio statale e che affidi la copertura delle pensioni alla fiscalità generale. Direttamente sul bilancio dello Stato, eliminando contemporaneamente i contributi previdenziali così come li conosciamo oggi e riducendo il carico fiscale sul lavoro.
Così si interromperebbe la connessione tra lavoratori finanziatori del sistema previdenziale e pensionati fruitori, facendo entrare nel ruolo di finanziatori del sistema pensionistico i percettori dei redditi più alti, che tra evasione, ed elusione fiscale – anche promossa dalle riforme e dai condoni berlusconiani e leghisti – da tempo si sono visti ridurre l’imposizione fiscale.
Il processo di riforma che si ipotizza dovrebbe mantenere tutta l’attenzione necessaria alla tenuta dei saldi di finanza pubblica, ma – salvaguardando i redditi medi e bassi – dovrebbe ricercare nelle maggiori entrate tributarie, più equamente distribuite, il suo riequilibrio.
Per chiudere un ultimo accenno alla lotta all’evasione: non si capisce perché non si indichino degli obiettivi quantitativi nel recupero dell’imponibile fiscale, cui legare benefiche riduzioni di aliquote per tutti i contribuenti. “Pagare meno pagare tutti smetterà di essere uno slogan quando sarà chiaro quanto si pagherà di meno quando una quantità predefinita di evasione fiscale sarà riportata nella legalità.
Il dubbio è che nell’eterno corteggiamento agli elettori più scaltri, la lotta all’evasione sia un pio desiderio da raccontarsi a mo’ di favola ai bambini per le sere invernali.
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Un virus è qualcosa di difficile da immaginare: una piccolissima catena di acido nucleico, su cui sono scritte informazioni per plasmare materia organica, incapace, però, di produrre qualcosa senza un organismo ospite.
Una sorta di informazione fatta di inchiostro, ma che ha bisogno della carta per essere scritta. Questa sua caratteristica rende il virus difficile da trattare, ma ne costituisce anche il limite.
Le informazioni del virus, trascritte su una cellula infettata (detta virione) possono permanere e diffondersi nell’organismo.
Pur così elementari, i virus possono essere di diversi tipi. Un modo per distinguerli è il tipo di acido nucleico da cui sono costituiti: DNA (più stabile) o RNA (più instabile).
Un altra caratteristica è il mezzo con cui si diffondono: se basta il contatto con microscopiche gocce di saliva, tanto da potersi diffondere attraverso il respiro, o se ci vuole il contatto col sangue o altri fluidi, diffondibile per via sessuale o per contatto col sangue.
Ovviamente importante è distinguere i virus per gli effetti che possono avere sul nostro corpo. Il virus del raffreddore è diverso da quello del morbo di Ebola. Questo fa del virus del raffreddore un virus di successo: lasciamo con una certa noncuranza che si diffonda, mentre ogni volta che in qualche parte dell’Africa si è manifestato il virus Ebola, si alzano immediatamente altissime barriere di isolamento verso le comunità colpite.
Il COVID19 o SARS COV2 è un virus a RNA, per cui trasmettendo muta con facilità; è un virus a trasmissione aerea, per cui si diffonde con facilità; è un virus che provoca una mortalità importante, ma non uccide tutti coloro che si infettano: ad oggi ha manifestato una mortalità di circa l’1%.
Queste sue caratteristiche, hanno fatto sì che, innestato nella popolazione umana, in questa fase storica, esso ha potuto diffondersi in tutto il mondo con questa velocità e letalità.
Infatti il covid ha tanti punti a suo vantaggio: basta l’alito a trasmetterlo e inoltre tanti non ne hanno timore, perché guardano alle esperienze delle persone che si sono infettate senza o con pochi sintomi. In più il covid passando da un ospite all’altro genera facilmente delle mutazioni che potrebbero renderlo più o meno contagioso, più o meno letale.
L’impatto di questa malattia è stato enorme sull’umanità in generale e sul nostro Paese in particolare.
Il 21°secolo è un tempo di grandi collegamenti tra luoghi e comunità anche molto distanti. È un tempo in cui i poteri pubblici sono fortemente condizionati dai poteri privati e anche e per questo soffrono di carenza di autorevolezza sulle società che amministrano, società estremamente diseguali, fortemente conflittuali e insofferenti delle regole e delle indicazioni provenienti dall’alto.
Nella prima ondata pandemica nessuno sapeva nulla dei meccanismi di trasmissione del virus e della sua azione sull’organismo. Ci si è trovati con gli ospedali pieni di persone malate, con tanti sanitari caduti, curando una malattia che non conoscevano.
L’unica cosa che si capiva era che il covid si trasmette per via aerea ed era necessario l’isolamento. Ma poiché la letalità non era di totale evidenza, in tanti si permisero di prendere la questione sottogamba, acuendo il problema. Pensiamo ai no mask, o agli imprenditori che continuavano a produrre per consegnare. Quanti morti in Lombardia!
Poi con uno sforzo enorme (finanziato dagli Stati) sono stati creati i vaccini. Erano indispensabili per i sanitari, rendendo più sicuro il lavoro del personale più esposto e necessario. Il vaccino è stato necessario anche e quantomeno per ridurre i sintomi ed evitare che il contagio provocasse tanti ricoveri in terapia intensiva e tanti altri morti. In quella fase abbiamo visto la corsa di tante categorie a vaccinarsi per prime – anche prima di anziani, malati e categorie a rischio.
Oggi che sono disponibili i vaccini – nell’Occidente ricco – si tende a realizzare la vaccinazione di massa per “tornare alla situazione pre covid” .
È una strada percorribile? E dove porta?
Ma prima di tutto una domanda: la situazione pre covid è un obiettivo?
Il passaggio all’uomo del virus può inquadrarsi tra le conseguenze del nostro rapporto con l’ambiente naturale. Continuiamo a saccheggiare l’ambiente come se le risorse, aria, acqua, suolo, fossero senza fine. Trattiamo gli animali come fabbriche di carne e li alleviamo in condizioni atroci. Si potrebbe continuare per molto.
D’altro canto le criticità della societa attuale, non sono necessitate; sono figlie di scelte politiche e culturali.
La verità è che la pandemia ha svelato una gran quantità di storture e la cosa peggiore che potremmo fare è ignorare il messaggio forte e chiaro che ci ha trasmesso. Intanto ci apparecchiamo a fare proprio così: a curare i sintomi della crisi ambientale, lasciando inalterate le cause.
Cominciamo coi vaccini. Sono venduti col criterio del massimo profitto e non del massimo vantaggio per le persone. Così per sfruttare i brevetti si limita la quantità producibile e la disponibilità per i paesi più poveri. Senza dire dei vaccini alternativi a quelli prodotti da USA ed Europa, che vengono ostacoli per ragioni geopolitiche. Pensiamo ad esempio ai vaccini cubani, prodotti nonostante l’embargo.
L’attacco alla pandemia può essere condotto con l’isolamento, coi vaccini e con la cura delle persone malate. L’isolamento è stata la prima, naturale reazione, ma comporta un enorme modifica dei comportamenti sociali. Tra tutti i costumi quelli relativi ai modi di consumo e di produzione sono stati difesi con forza dalle elites. Anche a costo di lasciar rinfocolare la pandemia. Pensiamo agli USA di Trump, al Brasile di Bolsonaro, ma anche alla Lombardia di Fontana.
L’attacco migliore sarebbe mischiare vaccini e miglioramenti alle tecniche di cura. Finora, però sembra che queste comportino grandi cambiamenti di gestione dell’economia: ci vorrebbe una ricostruzione della medicina territoriale e dell’assistenza medica di base. Ogni malato andrebbe seguito singolarmente con cure modulate sulle reazioni del suo corpo al virus.
I vaccini, hanno costituito una modalità efficace per fermare l’ondata di ricoveri nei reparti e nelle terapie intensive, che avevano bloccato gli ospedali, ma sembra proprio che non fermino la diffusione del virus e con quella le mutazioni, potenzialmente pericolose. Quindi i vaccini non esentano da un prudente distanziamento.
Quindi il Greenpass, funzionale a spingere le persone a vaccinarsi, non attesta l’innocuità di coloro che ne dispongono.
Torniamo alla questione iniziale: si può ricominciare dal vecchio modo di amministrare la società la salute, la produzione rapsce ed il consumo compulsivo? Oppure bisogna operare grandi cambiamenti?
Approcciare la pandemia con coraggio e intelligenza può portarci con più speditezza a cambiamenti da sempre necessari per rispetto della dignità delle persone e da sempre evitati per le convenienze economiche di pochi: trasporti pubblici abbondanti dove persone non si schiacciano le une alle altre, classi scolastiche di quindici o venti alunni, case decenti disponibili per tutte le famiglie, una medicina territoriale attenta sin dalla prevenzione, lavoro rispettoso della sicurezza e della salute delle persone. Uso attento dell’energia e investimenti sulla ricerca e sulla istruzione superiore. E, più in generale, attenzione a ciò che succede intorno a noi, anche nei luoghi più lontani. Perché i problemi possono generarsi lontano, ma si muovono e ci raggiungono.
L’alternativa è continuare a cercare false soluzioni, che generino cambiamenti apparenti, spostando in avanti la resa dei conti con la Natura.
Francesco Campanella e Gian Luca Eusebi Borzelli
Sotto l’autostrada che porta da Mazara del Vallo a Palermo all’altezza dello svincolo di Capaci c’era una condotta di scolo che passava sotto il tracciato delle carreggiate. Quella conduttura era stata riempita di esplosivo, 500 kg di tritolo. Giovanni Falcone era stato condannato a morte dalla #cupola, il consiglio di amministrazione di #cosanostra. Erano anni che viaggiava sotto scorta perchè avevano già tentato di ucciderlo. IL 23 maggio 1992, 29 anni fa, bastò premere il tasto di un telecomando per farlo brillare al passaggio del corteo delle auto con dentro Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. L’esplosione fu enorme. La #mafia voleva dimostrare di essere capace di uccidere chiunque.Il coraggio di quelle persone, che avevano accettato la sfida della criminalità mafiosa, consapevoli dei rischi che comportava, è qualcosa che va ricordato per sempre. Però vogliamo dire che c’è un rischio, anzi due: il rischio che la politica impieghi indebitamente il patrimonio di credibilità pagato con quelle vite. In Sicilia l’arroganza di un pezzo di falsa antimafia è stato scoperto da poco – il cosiddetto “sistema #Montante” – ma ha lasciato tracce pesanti e complicità non chiarite. Il secondo rischio è che Falcone, insieme alle altre vittime e a Borsellino ucciso pochi mesi dopo, diventi come quei martiri che i fedeli invocano alle feste patronali per poi riporre a sera le immagini nelle chiese e ricominciare la vita di sempre l’indomani.
La Mafia è potere. Solo uno Stato forte, che realmente controlla, regola e protegge, può riportarla ai margini, perchè “la mafia è umana e come tutte le cose umane è destinata a finire”. Però prima, è meglio!
Al 31 Dicembre 2020 sono state segnalate all’INAIL 554.340 denunce d’infortunio, di cui 1270 con esito mortale
Nei primi tre mesi di quest’anno le denunce di incidenti mortali sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 denunce registrate nel primo trimestre del 2020. Un incremento maggiore dell’11,4%.
Con questi numeri non possiamo parlare di disgrazia, di casualità. Semplicemente si è affermato un inconfessato modo di vedere. Una cultura che considera accettabile per il nostro sistema produttivo che ogni tanto qualcuno ci lasci la pelle.
La CGIL ha presentato un progetto di legge di iniziativa popolare: “Carta dei Diritti Universali del Lavoro ovvero nuovo Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori” e anche la politica non è stata immobile: ha prodotto importanti leggi sulla sicurezza sul lavoro. Intanto si continua a morire. Meno durante le fasi peggiori della pandemia, ma adesso, con la ripresa di più intensi ritmi di produzione, gli incidenti sono tornati ad aumentare. Cosa si può fare?
Di certo aumentare i controlli. Sono insufficienti da tanto. Migliaia di ispettori sono andati in pensione negli anni e non sono stati sostituiti. Durante gli anni il sistema pubblico dei controlli è stato depauperato da una politica più attenta alla spesa pubblica che ai servizi pubblici. Oltretutto la funzione pubblica di controllo delle attività produttive non è particolarmente apprezzata dal mondo delle imprese, ancor di più perché, insufficiente per carenza di mezzi e quindi ineguale, non riesce certo a controllare tutto e tutti.
D’altronde il rispetto delle leggi non può essere affidato solo ai controlli d’ufficio. Serve una cultura diffusa della sicurezza presso imprese e lavoratori e ai lavoratori serve la garanzia che la denuncia, ma già una richiesta di rispetto del diritto alla sicurezza, non comporti il licenziamento o la mancata chiamata.
Ma il lavoro oggi è quasi tutto precario (quando non più o meno in nero) e qui diventa complicato: come fa un lavoratore che deve “ringraziare per la possibilità di lavorare” a chiedere che un macchinario abbia tutte le protezioni previste dalla legge?
La difesa di alcuni datori di lavoro nelle microimprese, quando dicono che loro lavorano nelle stesse condizioni dei propri dipendenti è debole, inconsistente. Loro possono scegliere. I dipendenti?
I controlli sono quindi necessari, ma allo stato insufficienti. Lo ha riconosciuto il presidente del consiglio Mario Draghi che si è impegnato ad assumere 1084 nuovi ispettori del lavoro. Sempre troppo pochi in rapporto a quelli andati in pensione negli anni scorsi, ma già un primo passo. Basta?
Probabilmente no. Rimane indispensabile il rispetto per le persone che lavorano, per gli altri e per sé stessi. È necessario creare – oramai quasi dal nulla – una cultura dei diritti delle persone sul lavoro, una cultura del rispetto delle persone e dei loro corpi, perché a ben vedere il problema serio è che il culto dei beni, della ricchezza e degli utili delle imprese, ha superato (e pure di tanto) il culto della persona. Come si spiegherebbe altrimenti la mancanza di attenzione non solo per chi lavora, ma anche per chi consuma. Su questo versante, citiamo solo le polemiche sulla leggibilità delle etichette dei prodotti di largo consumo.
Ma se conveniamo sulla necessità di una spinta forte della cultura diffusa del rispetto delle persone e quindi della sicurezza e della qualità del lavoro e dei prodotti. Chi dovrebbe farsene promotore? Quali agenzie dovrebbero produrre questo cambiamento?
Dovrebbe farsene promotrice la Repubblica e quali agenzie più efficaci della scuola e della televisione? La scuola si è già caricata della diffusione della educazione civica, che da poco ha ricevuto una spinta importante. La televisione è potente, potentissima presso tutti i segmenti sociali a culturali.
Percorsi possibili ce ne sono. Se ne possono immaginare altri.
C’è La volontà?
Tanti i post relativi alla denuncia pubblica di Fedez.
Abbiamo un’idea precisa del mondo della politica e un po’ anche del mondo dei grandi burocrati, contiguo a quella. Sappiamo che la politica è governata da una sorta di etica tribale per cui il tuo clan va sempre e comunque difeso, mentre bisogna approfittare delle defaillances degli altri clan.
Il burocrate obbedisce agli ordini della parte politica cui deve il proprio ruolo e, se può evitare di assumere posizioni nette contro gli altri politici, cerca di evitare i guai, alla ricerca di un quieto vivere tanto agognato quanto improbabile in posizioni desideratissime e quindi invidiatissime.
Insomma evita di farsi (altri) nemici.
Oggi sono quasi tutti pronti a lapidare i funzionari della RAI che hanno provato ad esercitare il pessimo tentativo di censura preventiva denunciato da Fedez e altrettanti lodano la libertà ed il coraggio del cantante.
E da un po’ di tempo che nutriamo un certo disagio di fronte al consenso generale, specie rispetto ai fatti e agli atti clamorosi
I laudatori chi sono? Di norma che comportamenti tengono? Si astengono dall’esercitare il proprio potere sulla RAI?
Oppure stanno solo attaccando i vertici della RAI, espressi a suo tempo dalla Lega?
Mi sembrano molto più interessanti i commenti di Sigfrido Ranucci e di Beppe Giulietti, che liberamente interpretiamo così: un sistema ingessato in RAI c’è e va rimosso, perché la RAI è l’azienda culturale più importante del Paese. E Fedez, ma non solo lui, va lasciato lasciato parlare liberamente, anche quando dice cose che non piacciono ai nostri amici.
In definitiva la Lega deve togliere le proprie grinfie dalla RAI, ma non a favore di PD e M5S, a favore della qualità del pubblico. Si può fare?
Se così fosse sempre, si parlerebbe molto di più della sostanza delle cose e non solo di ciò che vuole la politica. E proposte di legge sacrosante come il ddl Zan sarebbe già legge, come avviene in tanti paesi dell’Occidente più avanzati del nostro.

La mentalità maschilista o patriarcale, o come la si voglia chiamare, ha un mucchio di cultori e anche tanti che possono coltivare il maschilismo da inconsapevoli. Tanti da far passare per velleitaria e fuori luogo la rivendicazione di pari rispetto per l’identità femminile.
Il suprematismo virile ha manifestazioni galanti, come il dare la precedenza alle donne nei passaggi, ha manifestazioni viscide, come l’indifferenza verso il diverso destino professionale delle colleghe; ha manifestazioni arroganti, come la diversa morale pubblica in campo sessuale. Sappiamo tutti e tutte che nessun uomo ha più diritto di una donna a praticare sesso occasionale. Altrettanto sappiamo che per un uomo è meno rischioso cambiare idea all’ultimo momento. Fa premio la forza fisica.
Eppure se una donna denuncia uno stupro, va incontro ad una via crucis di apprezzamenti e considerazioni tali da sconsigliare la denuncia. Una denuncia per stupro, va accertata e qualsiasi imputato è innocente fino alla condanna passata in giudicato. La domanda è: perché ogni donna sarebbe una colpevole tentatrice fino alla condanna dello stupratore (e magari anche dopo?).
Questo stato di cose è insopportabile. Lo diventa ancora di più quando l’accusato e i suoi supporter sono potenti e arroganti.
Però andiamoci piano con lo sdegno. Sa troppo di deresponsabilizzazione. Prima chiediamoci quanto siamo distanti da questa mentalità.
Sharon, Victoria, Roberta, Teodora, Sonia, Piera, Luljeta, Lidia, Clara, Deborah.
Sono i nomi delle 10 donne vittime di femminicidio in questi primi due mesi del 2021: un dato purtroppo in crescita rispetto allo scorso anno quando 81 uccisioni su 91 sono state commesse nell’ambito familiare e, di queste, 51 all’interno della coppia.
Nella fase del lockdown dello scorso anno il numero di chiamate al centralino antiviolenza messo a disposizione dal Dipartimento Pari Opportunità – 1522 – è notevolmente aumentato ma le denunce alle forze dell’ordine sono diminuite probabilmente a causa dell’impossibilità di trovare soluzioni alternative data l’impossibilità di movimento; da Marzo a Maggio la percentuale di donne che hanno presentato denuncia è passato dal 16,6 al 12,9.
Non basta un giorno all’anno per ricordare le donne vittime di violenza! Non bastano le associazioni femminili che costantemente denunciano un fenomeno purtroppo in crescita; occorre attivare percorsi educativi, a partire dalle scuole, affinchè la parità di genere, non solo nell’ambito del lavoro, faccia parte a pieno titolo della nostra cultura.
Occorre che anche gli uomini si mobilitino e, a fianco delle donne, dicano che l’amore è rispetto e non possesso e che nessuno è padrone della vita altrui.
Se non ora, quando?
Il 10 Dicembre 1948, l‘Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani promuovendo la libertà di tutti gli individui. Il tema dei diritti umani, specialmente quelli femminili, non viene affrontato allo stesso modo da tutte le culture; da anni, Amnesty International si batte per le discriminazioni di ogni tipo e genere. Il World Economic Forum (Global Gender Gap Report 2016) afferma che le donne arabe soffrono per la loro condizione di esser nate donne.
Nonostante tutto, il coraggio delle donne è immenso, come dimostra la storia di Loujain al-Hathloul. Nel 2011, la ragazza ha fondato con altre donne un‘associazione “Women to drive”. È un movimento sociale delle donne saudite che chiede il diritto di guidare le auto e poter svolgere attività quotidiane senza avere un accompagnatore maschile (tipicamente, è sempre un familiare di una donna). Dobbiamo ringraziare Loujain, per la sua tenacia e il suo coraggio perché, per i suoi diritti negati, ha affrontato 1000 giorni di carcere subendo torture e maltrattamenti. È stata arrestata con l‘accusa di spionaggio con Paesi nemici dell‘Arabia Saudita, anche se la sua unica colpa è quella di aver chiesto la rivendicazione dei diritti di uguaglianza. È scattata una mobilitazione internazionale e soprattutto dell‘America, con la nuova amministrazione Biden; la donna è stata scarcerata il 10 Febbraio 2021 anche se con alcune condizioni tra le quali il divieto di uscire dall‘Arabia Saudita per 5 anni. Anche se qualche passo avanti si è fatto, si pensi all‘ottenimento del permesso di guidare e a partire dal 27 Settembre 2019, l‘Arabia ha aperto al turismo internazionale permettendo ai visitatori italiani di ottenere un visto elettronico, dobbiamo tener presente che non vi può essere ricchezza e prosperità di una Nazione senza diritti; entrambe le questioni sono inscindibili.
Con la speranza di un mondo migliore, ognuno di noi deve essere sempre vigile e non abbassare mai la guardia di fronte alle ingiustizie.
Lilla Sala
Il grafene è uno strato monoatomico di atomi di carbonio organizzati secondo una struttura cristallina a celle esagonali.

Quando gli atomi di carbonio si legano in maniera casuale, si ottiene la grafite, quella delle matite. Quando invece si legano in maniera ordinata in strutture tridimensionali, abbiamo il diamante. Il grafene ha una struttura ordinata, ma a due dimensioni: si tratta infatti di un “foglio” dello spessore di un singolo atomo (monoatomico). Un materiale dalle proprietà fantascientifiche che fu scoperto per caso nel 2004 in un laboratorio inglese, quando due scienziati cercavano di ottenere uno strato di grafite più sottile possibile. Tale struttura può essere considerata come la struttura di base per la costruzione di tutti gli altri materiali grafitici noti come il fullerene (0D) e i nanotubi di carbonio (1D).
Studi teorici risalenti a più di sessant’anni fa (i primi lavori risalgono al 1947) hanno dimostrato che il grafene, per via della particolare geometria del sistema e della configurazione elettronica del carbonio, possiede una struttura, con caratteristiche meccaniche, oltre che elettroniche, eccezionali.
Il grafene ha la possibilità intrinseca e unica di diventare una tecnologia rivoluzionaria grazie alle sue proprietà fisiche che si traducono in vantaggi potenziali nei più grandi settori industriali nelle aree dell’ICT, dell’energia, dei trasporti, della scienza dei materiali e della salute.
Il grafene potenzialmente può essere alla base di nuove tecnologie che contribuiranno, ad esempio, a una maggiore qualità della vita per una popolazione che invecchia attraverso nuovi hardware, migliorando l’efficienza delle risorse attraverso la sostituzione di metalli e materiali scarsi, mitigando gli effetti del cambiamento climatico attraverso dispositivi ad alta efficienza e materiali leggeri e promuovendo una sicurezza energetica per la società attraverso la nuova tecnologia di immagazzinamento dell’energia.
Ad esempio, le innovazioni nelle tecnologie dei materiali e dei compositi hanno un impatto diretto sui trasporti (aerospaziale, automobilistico) e sulla salute; l’introduzione del grafene nello stoccaggio e nella generazione di energia è potenzialmente di fondamentale importanza per l’energia e i trasporti; e i sensori basati sul grafene hanno una moltitudine di applicazioni in salute, trasporti, energia e ambiente. L’industria automobilistica potrebbe sfruttare il grafene nei sensori, nei materiali compositi e nell’accumulo di energia in un futuro relativamente prossimo. Nuovi compositi, batterie e supercondensatori più efficienti e nuovi tipi di sensori sono esempi di tecnologie che, a loro volta, miglioreranno le applicazioni nei più svariati campi di impiego.
Alcuni esempi di applicazioni innovative dove il grafene potrà essere determinante nel prossimo futuro:
• Grazie alla possibilità di creare “buchi” nella sua struttura, può diventare un depuratore d’acqua o un filtro per l’aria. Oppure una parete molecolare che imita la membrana delle cellule, e quindi fa passare solo alcune sostanze.
•La sua conduttività elettrica (è meglio del rame) lo può rendere una minuscola lampadina o una retina bionica, ma soprattutto stravolgerà il mondo dell’informatica.
• Utilizzando fogli di grafene, sono state realizzate costruzioni spugnose in 3D, 10 volte più dure dell’acciaio e decisamente più leggere. Ed è proprio per questo connubio fra resistenza e leggerezza che il grafene è stato indicato come possibile materiale per futuribili applicazioni.
• Elettronica stampabile e flessibile. Questo campo si sta sviluppando rapidamente e si prevede che emergerà come un’alternativa o un complemento alle tecnologie di produzione elettronica convenzionali. Le proprietà elettroniche e ottiche del grafene, combinate con la possibilità di essere incorporato in inchiostri e formulazioni, dovrebbero migliorare le prestazioni del dispositivo in una varietà di applicazioni elettroniche stampate. Ci si può aspettare dispositivi e sistemi elettronici versatili e a basso costo, con nuovi interessanti attributi come elasticità e flessibilità, combinati con il potenziale di integrazione in altri materiali come i tessuti e la plastica.
• A causa della grande mobilità e dell’elevata velocità di saturazione dei portatori di carica nel grafene, i dispositivi in grafene sono estremamente promettenti per l’elettronica ad alta frequenza.
• Componenti fotoniche e plasmoniche. La combinazione di proprietà ottiche ed elettroniche uniche del grafene e dei materiali bidimensionali crea nuove caratteristiche che sono state studiate solo in misura molto limitata fino ad ora. Verranno esplorate diverse potenziali applicazioni come sensori, fotorilevatori e fotovoltaico. Studi preliminari suggeriscono che è possibile ottenere celle solari più efficienti e fotorilevatori a maggiore reattività utilizzando il grafene.
• Sistemi optoelettronici integrati. Il grafene ha proprietà ottiche straordinarie e sintonizzabili che possono essere sfruttate in applicazioni optoelettroniche e di visualizzazione. Sfruttando i progressi previsti nell’area elettronica stampabile e flessibile, il grafene può consentire nuovi approcci alle integrazioni di sistema per combinare, ad esempio, display flessibili e robusti con altre funzioni come backplane elettronici, batterie flessibili, antenne stampate e touchscreen.
• Altri materiali e componenti 2D. Altri materiali bidimensionali completano il grafene e possono essere combinati con esso per personalizzare strutture sandwich con caratteristiche superiori in dispositivi elettronici e applicazioni di materiali.
• Compositi di grafene. I compositi a base di grafene aprono nuove possibilità nelle applicazioni automobilistiche, aerospaziali e dei dispositivi medici. I materiali compositi in grafene possono essere impiegati in strutture che sono anche autodiagnostiche, cioè in grado di monitorare la propria integrità strutturale. Inoltre, la dispersione del grafene negli inchiostri e nelle formulazioni migliorerà le proprietà ottiche e meccaniche in un’ampia gamma di vernici e materiali di rivestimento.
• Supercondensatori e batterie. Nuovi supercondensatori e batterie a base di grafene vengono sviluppate già oggi per la loro potenziale maggiore densità di energia. Questi dispositivi di accumulo di energia fornirebbero tecnologie abilitanti chiave non solo nel settore dell’elettronica portatile e di consumo, ma anche in qualsiasi altro campo che richieda soluzioni di accumulo di energia efficienti, come auto elettriche e veicoli di trasporto pubblico elettrici.
• Sensori. La sottigliezza e l’ampia superficie del grafene, combinate con la capacità di funzionalizzare una superficie di grafene, offrono una piattaforma ideale per applicazioni di sensori biochimici.
Claudio Colletti
Laureato in Ingegneria Chimica all’università di Palermo, dove ha conseguito anche il Dottorato in Tecnologie Chimiche e dei Nuovi Materiali.
Ambientalista da sempre, lavora nel project management nel campo delle energie rinnovabili.
Andiamo al punto: “precario”, aggettivo, contrassegnato da una provvisorietà costantemente minacciata dal sopraggiungere di eventi pericolosi o addirittura catastrofici, dal latino “precarius” ovvero “ottenuto con preghiere”.
Come direbbe una vecchia pubblicità, basta la parola. Basterebbe, la parola.
E invece no, perché la condizione di pericolo (e la sensazione di pericolo) dipende dall’insieme del contesto in cui le minacce si sviluppano.
Guidare l’automobile è oggettivamente pericoloso. I morti sulla strada si contano a migliaia ogni anno solo in Italia. Eppure lo è meno se si guida a mente lucida invece che sotto l’effetto di alcool e droghe, e se si rispetta il codice della strada invece che scambiare ogni vicolo della città per un circuito da corsa. E nel momento in cui ci si mette alla guida ubriachi, quella vita diventa precaria per quel tempo. E spesso si spezza, mettendo fine alla sua naturale provvisorietà.
Se pensiamo alla vita di un essere umano “normale”, è chiaro come essa sia in fondo la ricerca di prospettive, di certezze, con cui bilanciare questo essere provvisori. Si cerca di costruire famiglie, affetti, reti sociali. Ci si lega a un luogo, per nascita o per scelta. E si rende sostenibile il tutto tramite un progetto di relativa solidità economica, progetto che occupa e struttura la nostra vita dall’infanzia fino all’ingresso nell’ultima delle età. Questa stabilità, nell’immaginario collettivo, si lega al lavoro.
Eppure, questa è una illusione ottica. Esistono molte persone che hanno lavori strutturalmente instabili senza per questo cadere nella precarietà: il singolo lavoro è provvisorio ma le prospettive di reddito non lo sono, in quanto le loro figure sono sufficientemente richieste (e la loro rete di relazioni sufficientemente robusta) da permettere loro di avere sempre nuove opportunità. Questi sanno che ricadranno comunque in piedi.
Il precario, non lo sa.
Perché magari ha anche un contratto a tempo indeterminato, cioè non sa quando sarà licenziato, ma sa che lo sarà al primo colpo di vento.
Sa che gli potrà essere imposto un trasferimento a centinaia (se va bene) chilometri di distanza, rendendo precari i suoi luoghi ed il sistema di relazioni che a quel luogo è legato.
E sa che non può offrire nessun progetto solido, nessuna prospettiva davvero rassicurante alle persone che decidono di condividere la sua vita. Ai suoi figli, quando un momento di folle ottimismo ne ha generati.
Il precario non può fare progetti, perché è schiavo della sopravvivenza presente.
Il precario non può legarsi a nulla, perché non può fermarsi in alcun luogo.
Il precario non può sperare nulla, perché non può darsi una direzione.
A lui, non resta che “pregare”.
Essere precario è una condizione di vita. Anzi, di esistenza. Vivere, è un’altra cosa.
Questo è il nostro mondo, diviso sempre più nettamente tra chi è “dentro” e chi è “fuori”. E se una volta solo i secondi erano precari, ora in fondo lo sono anche i primi, sempre più assillati dall’ansia di diventarlo.
Lavori precari. Affetti precari. Amicizie precarie. Famiglie precarie. Luoghi precari.
Ma sempre col sorriso sulle labbra, facendo finta di essere stabili.
Per non farsi riconoscere come pericolo dagli altri.
Per non perdere almeno l’illusione (precaria anch’essa) che anche oggi, forse, domani succederà qualcosa.
Claudio Pirrone
