Imbelli, ribelli e CGIL.

“Imbelle e ribelle”: questi due termini non hanno in comune soltanto la radice “bellum” dal latino, che significa guerra, ma condividono anche il rifiuto della volontà della élite che controlla la comunità di appartenenza. Gli imbelli rifiutano di combattere le guerre imposte dalla leadership, mentre i ribelli mettono in discussione la leadership stessa, rifiutandone le prescrizioni. Tale rifiuto fa degli imbelli e dei ribelli il bersaglio della disapprovazione dei gruppi dirigenti e, tramite il lavoro degli intellettuali conformi, che ne sostengono le posizioni, l’obiettivo della disapprovazione della comunità.

In questi giorni, alcuni intellettuali hanno definito “imbelli” i giovani che rigettano l’idea della guerra, che rifiutano di condividere la visione geopolitica per cui l’attuale leadership europea sta preparando il riarmo dei Paesi.

È facile notare come gli stessi gruppi dirigenti considerino altrettanto inaccettabile l’atteggiamento di giovani che, come quelli di “Ultima Generazione”, per attirare un’attenzione altrimenti negata dai media, bloccano la circolazione stradale o lanciano vernice contro edifici pubblici e monumenti.

Il tratto comune, che porta alla condanna pubblica delle figure degli imbelli e dei ribelli ,sarebbe quindi il rifiuto della direzione indicata da chi guida la società, la divergenza rispetto alle prescrizioni indotte cui si accompagna un conflitto variamente intenso verso i prescrittori.

La società occidentale si definisce libera in quanto dovrebbe consentire il dissenso pacifico, senza censure o limitazioni che vadano oltre il mantenimento dell’ordine pubblico. Tuttavia, la protezione dell’ordine pubblico è soggetta a valutazioni variabili: esso viene interpretato in modi diversi non in rapporto alla forma in cui la manifestazione si esplica, al turbamento dell’ordine fisico, materiale; ma a seconda che il dissenso metta in discussione aspetti considerati marginali o scelte politiche che l’élite giudica irrinunciabili, fino ad individuare i dissenzienti come nemici pubblici.

Ciò pone il problema di come possa superarsi il conformismo quando le scelte della leadership si discostano significativamente dal sentire di gruppi ampi o, addirittura dal sentire della maggioranza dei cittadini.

Tale atteggiamento, la consapevole adozione di scelte che si riconoscono minoritarie nella società, è definito dagli intellettuali conformi come assunzione di responsabilità. Rimane da capire come tale responsabilità possa essere vagliata dal controllo popolare. Come tale controllo possa essere esercitato tempestivamente.

La Costituzione materiale della Prima Repubblica consentiva una forma di ribellione ordinata, lo sciopero generale, ma questo strumento è stato reso sempre meno praticabile e praticato sia per l’affievolimento della conflittualità di grandi organizzazioni sindacali, un po’ per la riduzione del consenso, un po’ per l’assorbimento di abitudini negoziali iperconcertative, sia da una serie di interventi legislativi che hanno limitato il diritto di sciopero fino a renderlo inefficace.

Il dissenso potrebbe e dovrebbe manifestarsi nelle urne elettorali, ma anche quest’arma è stata spuntata dall’adozione di sistemi elettorali variamente maggioritari, che costringono gli elettori a scegliere tra opzioni percepite come simili, fino a indurre tanti a disertare le elezioni.

Un altro strumento istituzionale di espressione del dissenso è il referendum abrogativo, che però funziona solo se promosso da grandi organizzazioni nazionali, altrimenti  segue un percorso impervio con destino incerto, sia nell’ottenimento della consultazione sia nella validazione col raggiungimento del quorum.

La maggioranza e le forze che, pur dall’opposizione, condividono scelte economiche di fondo, cercano di disinnescare il potenziale di cambiamento del referendum, creando le condizioni per non raggiungere il quorum.

Un esempio evidente è il trattamento riservato ai referendum sul lavoro promossi dalla CGIL. La scelta di fissare la data del referendum all’8-9 giugno, in concomitanza con il secondo turno delle elezioni amministrative, tradizionalmente meno partecipato, e il silenzio dei media di massa sui temi referendari sono, con tutta evidenza, applicazioni di questa strategia.

A questo punto, tutti coloro che credono nei valori di libertà dovrebbero sentire il dovere di pubblicizzare il referendum, i temi che affronta, i problemi che vuole risolvere e le date in cui si terrà, giacché il tentativo di vincere appoggiandosi all’astensione è intrinsecamente antidemocratico.

(Noi di 99percento faremo di tutto per arrivare ad una vittoria dei sì, sia per la dignità di chi lavora, sia per il valore della democrazia. Ecco il link:

https://www.cgil.it/referendum

Meglio manifestare contro il riarmo

Non so cosa riuscirà a ottenere la manifestazione promossa da Michele Serra in termini di affermazione dell’utilità dell’Unione Europea per la salvaguardia dei valori della democrazia liberale; è certo, però, che questa manifestazione ha colpito in pieno i tentativi di unione delle opposizioni di sinistra e progressista, con effetti insperati per il governo italiano.

In effetti, le bordate trumpiane contro la pluridecennale alleanza tra USA e UE sono state tanto gravi da generare una diffusa sensazione di sgomento: nel bene e nel male, l’unità atlantica tra americani ed europei era considerata un punto fermo da tutti e, detto per inciso, è stata una delle cause fondamentali della gestione della crisi ucraina, prima e dopo l’invasione russa.

Quindi, è comprensibile che un intellettuale schierato per i valori progressisti come Michele Serra abbia sentito, il 27 febbraio, l’impulso di chiedere una manifestazione di adesione ai valori dell’Europa.

Bisogna anche dire che questa Europa, però, ha con i valori che proclama un rapporto non privo di discontinuità e ambiguità: la volontà popolare, che è evidentemente alla base della democrazia, più volte è stata considerata superabile. Potrebbe valere per tutti l’esempio del trattamento riservato alla Grecia nel 2014. Il leader greco Tsipras aveva combattuto per un’altra Europa, ma questa, quella esistente, lo ha rimesso al suo posto, lui e il Paese che governava.

D’altro canto, anche i diritti umani sono visti dall’UE come valori di importanza variabile: se è vero che la UE ha trasformato la Turchia e il Mediterraneo in valli insuperabili, anche a costo della morte dei disgraziati che provano a varcarli per raggiungere il “paese dei diritti”. Così come il diritto internazionale è considerato superabile se l’infrattore è un importante alleato degli USA, come Netanyahu. Con buona pace delle decine di migliaia di vittime civili a Gaza.

Rimane comunque un’opinione comune, difficilmente contraddicibile, che i diritti civili e le libertà democratiche nell’Unione Europea finora siano trattati meglio di quanto avvenga, ad esempio, in Russia, in Ucraina o in Cina (per quanto riguarda gli USA, stiamo a vedere cosa succede).

Però, da un po’ di tempo, l’UE – da sempre attenta alle ragioni della grande impresa – sta considerando l’opzione di cominciare a passare dal consumo di burro al consumo di cannoni: non paga di fornire armamenti a paesi in guerra, come Rheinmetall ha fatto con l’Arabia Saudita, ha cominciato a fornire armamenti a paesi che rischiavano di entrare in guerra, come per esempio l’Ucraina.

Oggi siamo passati a prendere in considerazione l’opportunità di produrre armi per noi, per proteggerci dalla Russia, la quale pare abbia mostrato con l’Ucraina non solo una sorta di iperreattività, ma anche un’aggressività senza limiti, almeno secondo la grande stampa europea, che ha paventato la volontà di Putin di arrivare fino all’Atlantico.

Tale forsennata aggressività si ritiene vada rintuzzata con una deterrenza adeguata, costi quel che costi.

Si è quindi deciso di approfondire, intensificare e fondere in una le politiche estere dei paesi europei? No. Non si è neppure deciso di passare convintamente alla progettazione e poi alla realizzazione di un esercito unico europeo (cosa complicata e di dubbia efficacia in assenza di un’unica politica estera). Si è invece deciso di consentire a ogni Stato di aumentare la propria spesa per armamenti, senza passare prima attraverso un efficientamento dell’aspetto complessivo, opzione che avrebbe reso estremamente più efficace la spesa attuale.

Il bello è che, per l’irrobustimento delle forze armate europee, specialmente in fase iniziale, si utilizzerà l’apparato produttivo militare-industriale americano, senza tenere conto del nuovo atteggiamento di dichiarata avversione dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione. Cioè, di fatto, di fronte a una chiusura degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Europea, l’Europa decide di aumentare gli acquisti presso le fabbriche statunitensi.

Il 4 marzo 2025, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato il piano Rearm EU di oltre 800 miliardi di euro, invitando i paesi membri a spendere fondi per le forniture militari senza metterli a conto dei deficit nazionali.

A questo punto, l’invito sentimentale di Michele Serra del 27 marzo, a levare alte le bandiere dell’UE, viene messo alla prova nel suo senso più profondo, giacché l’Unione Europea dei diritti e della pace si mostra con ancor maggiore evidenza come un’organizzazione in cui l’apparato militare-industriale ha un peso rilevante, se non decisivo. La domanda sorge spontanea: questa desiderata manifestazione ha ancora senso? Secondo molti a sinistra, no. E a dirla tutta, anche secondo molti che non sono di sinistra, atteso che, insieme a coloro che andranno a manifestare con la bandiera della pace, si troveranno altri a manifestare con la bandiera europea in una mano e la bandiera ucraina o quella georgiana nell’altra. Quindi, insieme, pacifisti e neo-imperialisti che non ce l’hanno fatta e sono in cerca di una rivincita.

Meglio una manifestazione che esprima in modo netto la voglia di pace dei cittadini europei e il rifiuto degli armamenti.

Il patriarca sei tu?

Il sistema di potere patriarcale si fonda su un’ideologia e ogni ideologia è capace di essere assorbita sia da coloro che ne traggono vantaggio sia da coloro che condanna all’assoggettamento.

Uno dei modi di diffusione del patriarcato, infatti, è il definire un’etica per le persone e in questa etica definire i modi i comportamenti gli atteggiamenti le attitudini corretti per chi aderisce all’ideologia.

Tali schemi attitudinali ovviamente sono diversi da cultura, a cultura, giacché moltissime culture sono intrise di elementi patriarcali. Ma tutte le culture sono accomunate dal distinguere in modo netto ciò che deve fare un uomo e ciò che deve fare una donna. Il ruolo sociale e familiare di una e quelli dell’altro.

L’adesione all’ideologia non comporta necessariamente la consapevolezza, anzi: nella norma l’adesione è tacita e vissuta come naturale adattamento ad una realtà di fatto.

È questa adesione inconsapevole che spiega come tante persone sinceramente progressiste, abbiano idee così intrinsecamente patriarcali.

La rabbia e la sofferenza.

La rabbia può essere una cattiva consigliera e ciò che è accaduto a Bologna e a Roma lo prova.
L’uccisione di Ramy da parte di carabinieri in servizio in una periferia milanese abbandonata e fatta oggetto di atti di razzismo ha scatenato la rabbia di molti giovani: non a Milano dove invece le manifestazioni sono state del tutto pacifiche, anche secondo l’invito della famiglia del ragazzo.
Ma la rabbia c’è e si è manifestata. E va detto chiaramente che i disordini si devono condannare, ma anche che occorre individuarne le cause.

Girare la testa dall’altra parte liquidando ciò che è accaduto come frutto di facinorosi, non solo non affronta il problema ma rischia di ingigantirlo sempre più.

L’atteggiamento repressivo di questo governo, le sua filosofia securitaria che si manifesta nella sua produzione normativa e nelle manganellate agli studenti che manifestano per la liberazione della Palestina o per gli affitti troppo cari dei posti letto o per gli stipendi da fame (vedere riders) devono essere temi sui quali non ce la si può cavare con una semplice alzata di spalle o alzando la voce.
Devono essere messi al centro dell’azione politica, sociale, culturale se non vogliamo che le occasioni di scontro, anche fisico, diventino quotidiana normalità.
A meno che non sia questo governo a cercare l’incidente, per giustificare restrizioni delle libertà civili e politiche.

Appello agli elettori (e ai partiti) della Sinistra e del Centrosinistra italiani.

ll tema delle alleanze a sinistra si pone da sempre; ancora più negli ultimi anni ed è diventato rovente negli ultimi giorni dopo le elezioni in Liguria e in attesa delle elezioni in Umbria ed Emilia Romagna.

In più l’elezione di Donald Trump negli USA ha indubbiamente corroborato la posizione del nostro governo, insieme a  tutti quelli delle destre nel mondo.
In Italia ognuna delle potenziali componenti di un’alleanza delle sinistre si confronta/ scontra con le due opzioni massime: valorizzare il più possibile le proprie peculiarità o disporsi a vagliare insieme le ragioni delle altre.
Per varie motivazioni, alcuni hanno già scelto in modo apparentemente definitivo, privilegiando le proprie differenze e dando alla propria battaglia un senso identitario.
Altri hanno scelto in modo apparentemente altrettanto definitivo di caratterizzarsi come parte sinistra dello schieramento, unitario.  Modulando le parole d’ordine in modo opportuno per caratterizzarsi senza “rompere”.
La nostra Associazione, 99% – composita com’è – prova a rappresentare le istanze ed i malesseri dell’elettorato della Sinistra e del Centrosinistra che soffre dell’attuale egemonia politica – e dei costumi, delle Destre e guarda sempre alla Costituzione antifascista come garanzia di funzionalità democratica, ma anche come concreto progetto politico di crescita armoniosa della società italiana.
L’elettorato socialista e democratico e l’elettorato cristiano e sociale del nostro Paese soffrono dell’assenza di un progetto politico di coalizione che vada oltre l’idea di battere e neutralizzare politicamente le Destre e che si proponga come progetto di governo di un Paese desiderabile per tutti coloro che hanno scelto di vivere in Italia, di tutte le età, e di tutte le religioni, orientamenti sessuali e origini geografiche.
Un progetto politico di coalizione, elaborato e discusso dentro e fuori le stanze istituzionali, di cui si parli sia nei luoghi deputati della politica, sia in ogni luogo fisico o virtuale dove si incontrino le persone e che NON sia un programma elettorale pronto da votare, ma ne costituisca la premessa indispensabile.
Un progetto politico che affianchi le istanze di uguaglianza e di libertà di iniziativa, interpretandole alla luce dei problemi, delle esigenze e delle soluzioni che i tempi presenti ci mettono davanti come criticità o come risorse.
Senza dimenticare la guerra, che travestita da difesa, nasce invece da opposte volontà di egemonia globale, che si contrappongono in un gioco di provocazioni reciproche e non tengono in nessun conto la vita umana.
La nostra Costituzione ripudia la guerra. E noi la ripudiamo con Lei, senza se e senza ma: niente giustifica le violazioni del diritto internazionale e il disprezzo verso l’ONU, da chiunque siano perpetrati. I negoziati sono l’unica cura per gli antagonismi tra stati.
Noi di 99% riteniamo che senza un impegno nella direzione di un progetto condiviso sarà impossibile indurre a votare gli elettori che fino adesso si sono astenuti. Deve essere chiaro ad ogni cittadino che votando effettua una scelta reale, che avrà conseguenze significative per la propria vita e per quella dei suoi cari. Il voto perde significato e valore se destinato esclusivamente a decidere i rappresentanti istituzionali, se questi, pur eletti , non potranno  operare scelte innovative sul funzionamento della Repubblica: sulla protezione del lavoro e dei lavoratori; sul finanziamento dei servizi sociali fondamentali come la scuola, la sanità, l’assistenza ai bisogni delle persone e sulle conseguenti scelte fiscali. E noi vogliamo che la gente torni a votare.
Per questo chiediamo ai soggetti dello schieramento di Sinistra e di Centrosinistra  di avviare un confronto pubblico, proficuo e trasparente, per arrivare ad una piattaforma politica intorno a cui coalizzare persone e soggetti collettivi.
Siamo già in ritardo: non si doveva arrivare a questo punto.

Vi chiediamo di firmare questo appello e di condividerlo a chi potrebbe sottoscriverlo a sua volta.
QUI IL LINK:
https://www.change.org/p/appello-agli-elettori-e-ai-partiti-della-sinistra-e-del-centrosinistra-italiani

Che fare, adesso?

Quando le persone si muovono in gruppo tendono a a sentire stemperate le proprie responsabilità.
Chi ha detto che l’unione fa la forza ha dimenticato di aggiungere che buona parte di quella forza deriva dalla fiducia nel farla franca.
Chiunque voglia quindi evitare comportamenti indesiderati o indesiderabili dovrebbe aver cura di esaltare” la responsabilità individuale, ma per questo bisogna accettare di relazionarsi con gli individui consapevoli e spesso chi gestisce le comunità preferisce ridurre gli ostacoli alla propria azione e per cui predilige atteggiamenti gregari. In ambito politico, in cui si gestiscono collettività sociali, uno dei modi più efficaci per promuovere atteggiamenti gregari o per disincentivare assunzione individuale di responsabilità è la promozione di una scuola che prediliga l’addestramento e la trasmissione di tecniche e trascuri lo studio dei temi legati alle cause e al senso delle cose.
Da decenni si affida alla scuola la funzione di formare operatori e si disincentiva la formazione di persone autonome.

Fino a quando i meccanismi disposti per il funzionamento sociale, assicurano un accettabile soddisfacimento dei bisogni dei singoli, una società fatta di “persone semplici” rimane in stato di equilibrio. Pochi soggetti naturalmente autonomi vengono neutralizzati da meccanismi sociali inertizzanti.

Quando invece si attraversano fasi di crisi, in cui non si riesce a garantire il benessere diffuso, neanche in modo virtuale, manipolando le percezioni, allora la coesione sociale viene meno e a quel punto si aprono delle fasi dagli esiti imprevedibili: a quel punto si formano nuove aggregazioni interne alle classi dirigenti, o vecchi sodalizi propongono nuovi modi di perseguire il benessere dei singoli.

I personaggi che svolgono un ruolo da protagonista in situazioni di svolta sono detti demagoghi, parola ormai desueta, carica di senso negativo, che etimologicamente significa conduttori del Popolo.
In pratica il demagogo è la persona capace di sedurre il popolo e di portarlo in giro un po’ come il pifferaio di Hamelin induceva topi o bambini a seguirlo.

Quanto sta avvenendo alle democrazie può essere letto attraverso la lente della demagogia: le masse, deprivate di senso critico e sottoposte al grave stress derivante da un impoverimento generalizzato, vissuto come insopportabile, cercano una via d’uscita e accettano chi riesce a convincerle della bontà della propria proposta.

Dobbiamo interrogarci sulle cause della situazione presente e dobbiamo immaginare vie d’uscita alternative a quelle proposte dai demagoghi, più stabili e desiderabili negli esiti. Se fossimo stati più lungimiranti, avremmo potuto scegliere anche percorsi meno scabrosi, che evitassero il passaggio attraverso la notte della demagogia. Oggi dobbiamo mirare alla riduzione del danno in tutti i sensi, alla riduzione qualitativa del danno, alla riduzione quantitativa del danno e ancora dalla riduzione del tempo di esposizione al danno.

Non sono certo obiettivi facili, ma la definizione e la scelta di percorsi condivisi è un passaggio necessario e urgente. Sicuramente bisogna lavorare alla cura delle due criticità scatenanti: la diffusa sofferenza economica e la diffusa mancanza di strumenti di analisi della realtà.

Riteniamo che la politica debba lavorare in ogni modo possibile per curare queste due carenze e nell’attuale stato di cose, con le destre che controllano la sfera pubblica, deve iniziare a farlo senza poter contare sull’impiego delle istituzioni. La prima cura politica va indirizzata al corpo sociale, con le energie personali ed il tempo immediatamente disponibili a chi vuole veramente il cambiamento.

La redistribuzione della ricchezza non è un’eresia.

Produzione e consumo costituiscono una coppia inscindibile: il consumo di beni, servizi, energia, attenzione, accompagna tutte le fasi della vita in genere e di quella umana in particolare.

Ogni persona consuma e ogni gruppo umano famiglia, tribù, civiltà, società impiega al proprio interno soggetti che oltre a consumare producono. Infatti nelle collettività ci sono soggetti che consumano e producono e soggetti che consumano senza produrre. 

Se  guardiamo alla nostra società, rileviamo che noi stessi riteniamo normale che alcune persone si limitino a consumare senza produrre: due esempi immediati sono i bambini e gli anziani. Il confine segnato dalle età tra consumatori puri e produttori – consumatori non è netto: alla fine ai bambini più grandi e consapevoli e agli anziani ancora attivi chiediamo delle forme di produzione sotto forma di collaborazione, di produzione di servizi sostitutiva rispetto a servizi che dovremmo ottenere verso un corrispettivo: immagino l’acquisto di beni di consumo familiare da parte del ragazzino e la vigilanza sui  bambini da parte dei nonni.

La più importante parte della produzione è comunque quella collegata ad attività di tipo professionale, svolta verso un corrispettivo: il lavoro; lavoro che la nostra Costituzione mette a fondamento della Repubblica.

Nella società occidentale, dopo tante lotte e aggiustamenti e al di là delle differenze di classe, l’attività lavorativa inizia alla fine dell’adolescenza e termina all’età in cui di norma l’efficienza fisica si riduce sotto una certa soglia.

Questo tipo di organizzazione ha generato una società in cui le persone lavorano per una porzione della loro vita lunga poco più di quarant’anni, a meno di arrivare prima ad un’età in cui si presuppone una riduzione significativa dell’ efficienza fisica.

Il sistema pensionistico negli ultimi quattro decenni è diventato sempre più avaro a causa  della sequenza di riforme previdenziali restrittive portate avanti dal centrodestra e dal centro-sinistra. Le motivazioni che hanno spinto verso questi cambiamenti sono riconducibili a due grandi gruppi di argomentazioni: da un canto la volontà di ridurre la spesa pubblica, dall’altro   le maggiori aspettative di spesa derivanti dal miglioramento dell’aspettativa di vita della popolazione.

Di fatto – tranne collocamenti a riposo legati a ristrutturazioni produttive e finalizzati a una riduzione dei costi per le imprese – si è proceduto nel tempo ad aumentare l’età di pensionamento dei lavoratori dipendenti.

Ciò ha comportato nel settore privato un invecchiamento del personale stabile, che fruisce di un quadro normativo più protettivo (che comunque si è provato a espellere dai i processi produttivi con l’Impiego di diversi ammortizzatori sociali) dall’altra parte dalla precarizzazione dei nuovi assunti, effettuata con l’impiego dei nuovi istituti contrattuali cosiddetti atipici. 

Nel settore pubblico invece all’invecchiamento di lavoratori assunti nel periodo antecedente le riforme restrittive di bilancio si è associata la drastica riduzione delle assunzioni causata dal blocco del turnover, con conseguente drastico invecchiamento della forza lavoro stabile.

In sintesi ciò che è successo negli ultimi decenni è stato l’aumento sia dell’età dell’ingresso nel mercato del lavoro, sia l’età di uscita. Di conseguenza si è innalzata l’età della parte  di popolazione che lavora , incrementando il numero dei giovani inattivi, con l’intento di ridurre la porzione di popolazione  anziana inattiva.

Il motivo è evidente: i giovani inattivi sono sostentati dalle famiglie, mentre gli anziani inattivi sono a carico della  previdenza pubblica. In sostanza anche qui ci si è mossi nella direzione di privatizzare i costi sociali.

L’operazione è motivata con l’aumento del numero degli anziani, associato alla riduzione del numero dei giovani attivi. 

In effetti sarebbe anche vero che nelle nostre società il numero dei giovani tende a diminuire, però nelle argomentazioni di chi vuole aumentare l’età per i pensionamenti si ignora che la produttività di ogni lavoratore di oggi è un  multiplo della produttività dei lavoratori di un tempo, anzi  il fabbisogno di lavoro umano per effetto dell’Innovazione tecnologica si è ridotto drasticamente ed questo trend continua in modo drammatico con l’automazione e con l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale.

Le precedenti considerazioni, sia l’invecchiamento della popolazione, sia la riduzione del fabbisogno di lavoro nei processi produttivi indotto dalle innovazioni tecnologiche, indicherebbero  che  per il sostegno della terza età si  stia verificando il superamento dell’efficacia redistributiva degli accantonamenti previdenziali. Ne frattempo la capacità produttiva globale continua a crescere, trovando limiti solo nella sostenibilità ambientale e nei conflitti su scala globale.

In questo contesto si scorge l’opportunità di riflettere sulle modalità di redistribuzione del flusso di  ricchezza prodotta, e sulla questione della progressività del prelievo fiscale. L’espressione  “produzione di merci a mezzo di merci”, felice espressione usata  da Pietro  Sraffa come titolo della sua opera più nota, evidenzia la capacità del capitale di incrementare la produttività dei processi.

Il fatto è che gli capitale sì appropria in toto degli incrementi produttttivi e in assenza di meccanismi di redistribuzione fiscale ciò ha indotto una crescita delle disuguaglianze che si avvicina sempre più al livello dei sistemi di produzione conosciuti alla fine dell’Ottocento.

Oltretutto livelli di disuguaglianza eccessivamente ampi inducono evidenti disfunzioni nei meccanismi dei sistemi democratici, i quali per funzionare bene hanno bisogno che i cittadini vivano in condizioni   non solo formali di limitazione delle diseguaglianze. È più facile condizionare le preferenze politiche di una persona in condizioni di bisogno, così come è intuitivo che grandi disponibilità economiche possano essere usate per procurarsi i mezzi di creazione del consenso. Gli esempi di Berlusconi e di Trump sono lì a dimostrarlo.

Invece si è imposta una visione collettiva per cui chi è ricco non va disturbato, perché merita la sua posizione per l’impegno profuso da lui o dai suoi danti causa, mentre chi è povero merita il proprio destino, poiché non è stato abbastanza volenteroso da salire i gradini della scala socioeconomica. 

Il fatto è che sostituire le contribuzioni previdenziali con un’imposizione fiscale orientata verso le più alte fasce di reddito costituirebbe un incentivo importante all’impiego di lavoro, eliminando il cosiddetto cuneo fiscale e costituirebbe anche una riduzione dell’imposizione sui lavoratori, con un importante aumento del reddito disponibile per i consumi.

Il problema più complicato rimane andare controcorrente per  convincere un numero adeguato di persone di quella che per la cultura oggi egemonica è una vera eresia: redistribuire la ricchezza. Anche perché l’egemonia culturale dell’attuale accezione del capitalismo è tanto forte da rendere complicato anche solo  immaginare un’organizzazione della società che ne curi le criticità.

La pace si può raggiungere.

All’atto della sua costituzione Israele è stata una forzatura fatta a danno dei Palestinesi: immaginate che gente straniera si insedi nel vostro paese ed ad un certo punto pretenda di costituirvi un proprio stato. Oltretutto lo stato di un popolo più ricco di voi, protetto, dai sensi di colpa dell’Europa e protetto dagli USA che intendono farne una sorta di proprio avamposto in Medio oriente.

Quando nel 1948 l’ ONU propose la divisione dei territori della Palestina in due stati, i Palestinesi rifiutarono, ma non avevano la forza di fermare gli eventi e l’attacco degli stati arabi al neonato stato di Israele non è stato di aiuto alla causa palestinese. Di fatto la sconfitta araba confermò il fatto compiuto.

Ciò detto oggi la eliminazione dello stato di Israele (laddove realizzabile) sarebbe una forzatura della storia tanto ingiusta quanto produttiva di altre distruzioni e di altri rancori.

Immaginare un unico stato israelo palestinese dopo anni di occupazione israeliana violenta e di attacchi palestinesi feroci è un obiettivo evidentemente difficile da raggiungere. I due popoli sono nemici da generazioni e, in assenza di importanti interventi esterni ci vorrebbero generazioni dalla fine delle ostilità per avviare un percorso che porti a relazioni serene.

La costituzione di due stati nazionali contigui oggi potrebbe apparire un obiettivo meno lontano, ma in questi anni i territori destinati ai palestinesi sono stati erosi dal continuo impianto di nuove colonie ebraiche, promosse dallo stato di Israele, estremamente aggressive coi Palestinesi e spalleggiate dall’IDF, l’esercito istraeliano.

Di fatto non ci sono soluzioni prossime possibili, se non promosse con determinazione concorde dalla comunità internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe premere in modo continuo e sinergico su Israele perché abbandoni l’ideologia tanto cara ai coloni di un diritto ebraico a quella Terra derivante dalla religione e dovrebbe premere sui palestinesi perché il diritto al ritorno trovi un soddisfacimento mediato e quindi parziale, nella considerazione della nuova realtà politica e demografica esistente oggi in Palestina.

Se queste considerazioni fossero condivise, il passaggio successivo, preliminare e necessario per un credibile processo di pace è l’assunzione di un comportamento equanime e responsabile da parte dell’ONU. Senza veti.

Negli ultimi decenni non è stato così, anzi nel dibattito politico ci si è polarizzati tra filoisraeliani e filopalestinesi, impiegando anche questa grande questione come terreno di dibattito polemico, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica ignorava i soprusi inflitti dai coloni israeliani ai palestinesi: invasione di case private, distruzione di frutteti, molestie per strada.

Questi percorsi ci hanno condotto all’attuale fase di stallo tragico. È necessario un cambio di direzione e per farlo, per cambiare la gestione politica della questione palestinese, è utile, se non necessario, che gli attori politici più coinvolti nella genesi dell’attuale stato di cose escano di scena e che altri attori li sostituiscano: l’apporto dei liberali e della sinistra israeliana, la voce degli ebrei progressisti che in Israele e in tutto il mondo hanno protestato e protestano, chiedendo il cessate il fuoco a Gaza, devono essere premiati da una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale

C’è bisogno di lavorare per sommare la voglia di pace della migliore parte della società israeliana alla voglia di giustizia e di libertà del popolo palestinese.

Come?

Dobbiamo approfondire e precisare il concetto di comunità internazionale.

Nello scenario attuale i governi finora sono stati attenti a mantenere l’appoggio dei gruppi di interesse, al fine di garantire la propria stabilità politica. Al di là di dichiarazioni più o meno plausibili, hanno tollerato che un esercito ben armato martellasse un territorio povero e sovraffollato provocando decine di migliaia di morti in pochi mesi. Di più: hanno continuato a fornire all’esercito Israeliano armi e munizioni da usare per continuare a colpire i palestinesi ed hanno interrotto gli usuali finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia ONU preposta all’assistenza dei profughi palestinesi.

Questo mentre tantissimi in tutto il mondo protestavano per chiedere il cessate il fuoco sulla striscia di Gaza e per questo venivano accusati di antisemitismo. In effetti il governo Israeliano è arrivato ad accusare di antisemitismo perfino l’ONU.

Ma se i governi occidentali appoggiano Israele per corrispondere alle richieste dei gruppi di interesse e così stabilizzarsi, è quella stabilità che va messa in discussione per ottenere la pace in Palestina. Serve un importante cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica, tale che i governi intendano che la prosecuzione dell’appoggio dell’aggressività israeliana può costargli la perdita di consensi all’interno.

Cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica non è semplice. I governi hanno basi di consenso politico e tendono ad ampliarle con l’aiuto accorto di gran parte della stampa che li supporta. Far partire e condurre un processo di convincimento a cambiare rotta è un impegno laborioso e dovrebbe essere ordinato ed accorto. Fino adesso le proteste, specialmente nel nostro paese, sono state tanto generose quanto caotiche e scoordinate, a volte arrivando a prestare il fianco ad accuse di antisemitismo pronunciate a volte in buona fede, ma il più delle volte veicolate in modo malizioso, da parti politiche filoisraeliane a prescindere.

Invece per la Pace è necessaria una spinta sinergica di tutti coloro che la vogliono, quale che sia la nazionalità, a cui appartengono la religione che professano o l’ideologia che seguono. I numeri ci sarebbero, ma per essere efficaci vanno sommati.

Ma perché si astengono?

In qualsiasi attività umana  c’è un tempo per  preparare il risultato  ed un tempo per raccogliere i frutti del lavoro svolto. È così sin dalla preistoria, da quando si è passati dall’uomo raccoglitore – cacciatore all’allevatore e agricoltore; avviene oggi con le campagne di marketing e avveniva anche in politica coi vecchi partiti di massa, nei quali venivano coltivate analisi della società, senso di  appartenenza e si facevano crescere gruppi dirigenti.

Sin dagli anni ’80 la politica è andata perdendo pian piano il nesso tra analisi collettiva e  raccolta dei voti. Allungando la connessione tra gruppi dirigenti e base e privilegiando forme differenti di leaderismo, fino ad arrivare ai partiti leggeri, assenti dai territori, per i quali la base significativa sono gli elettori e gli iscritti, gli attivisti hanno perso  funzioni. In questo modo la politica  cerca voti in una società da cui si tiene separata. Come un’azienda fornisce beni o servizi ai clienti, così la politica offre decisioni pubbliche agli elettori

Infatti  i gruppi dirigenti di oggi,  studiano le preferenze degi elettori tramite le indagini demoscopiche e costruiscono consenso con le  tecniche del marketing (salvo il caro vecchio clientelismo, che però è un metodo disponibile soprattutto a chi governa e quindi può disporre dei fondi pubblici).

Una politica siffatta trova nel sistema elettorale maggioritario il modo naturale di competizione tra gruppi di potere contrapposti. Gruppi che hanno necessariamente programmi non troppo dissimili In quanto devono raggiungere e convincere la gran massa degli elettori, che per motivi statistici tende a stare al centro, per la difficoltà di esprimere scelte nette, subordinate a convincimenti profondi derivanti  da conoscenze approfondite o da ignoranze  pertinaci.

Però il sistema maggioritario, soprattutto nella sua versione a turno unico, è il sistema in cui la maggioranza relativa vince e diventa assoluta, ed il vincitore col 40% prende tutto.

È il sistema più efficace per allontanare le persone dal voto, costrette come sono a scegliere tra un obbligato bouquet di candidati quello che piace di piu, o spiace di meno.

Costretti come sono a bere o ad affogare, i potenziali elettori vedono appassire le loro facoltà di scelta e – a meno di non avere accesso a rapporti diretti con i candidati, futuri eletti – gli elettori si rendono conto di doversi  accontentare di quello che passano le segreterie dei partiti, oppure possono scegliere di astenersi.

E l’astensione è una malattia della democrazia.

Ho sentito argomentare che coloro che si astengono, lo fanno perché sono soddisfatti dell’andamento delle cose e ritengono superfluo andare a votare. È un ragionamento che può indurre all’ira in un Paese che è tornato luogo di emigrazione pur in presenza si un vistoso calo delle nascite. Un paese in cui non si fanno figli e da cui sempre piu spesso si fugge.
In Italia gli elettori disertano le urne perché hanno seppellito altrove le proprie speranze di miglioramento.
C’è rabbia e paura e, una volta ostracizzate le ideologie socialiste o financo socialdemocratiche, la rabbia è fagocitata dalle destre,  che nelle urne raccolgono la frustrazione degli elettori socialmente vinti e la mettono insieme ai progetti di appropriazione dei beni pubblici da parte degli affaristi e di una torma di famelici clienti e parenti.

Non è che i parassiti si accompignano solo alla destra, il fatto è che con la destra sono più evidenti per la carenza di progetti di cambiamento della società, che  contraddistingue la destra.

Tutto ciò si può curare. I popoli sono resilienti per natura; sopravvivono anche tra le sofferenze. Però serve un cambio di paradigma e, come insegnano gli epistemologi, i paradigmi cambiano insieme alle generazioni.

Probabilmente ciò è vero anche in politica.

Il sistema dell’infelicità. E la cura.

Volendo alzare lo sguardo per guardare più in là, per immaginare uno scenario diverso, è utile valutare due aspetti: le criticità del sistema mercatocentrico e i possibili percorsi di cambiamento.

Cominciamo col dire che il mercato e le ideologie che lo sottendono ha una formidabile agenzia di propaganda implicita nella pubblicità, che se è divenuta nel tempo sempre più efficace nel convincere della bontà del prodotto reclamizzato, è oramai da decenni un veicolo di formazione subliminale di consenso: si può preferire un marchio di detersivo o un altro , ma non si mette in discussione che un lenzuolo debba essere candido per poter essere steso su un letto; si può preferire il rasoio o la ceretta, il laser o altri strumenti tecnici, ma non si discute che i peli superflui debbano essere eliminati.

La pubblicità per sua natura deve parlare a quanta più gente possibile, quindi deve utilizzare codici di comunicazione quanto più universali possibile, per cui il riferimento più o meno mediato è pressoché sempre agli istinti più basici: fame, sesso, paura. Oltretutto il riferirsi alla voglia di mangiare, congiungersi, proteggersi è effettuato in modo sempre più tecnicamente raffinato, grazie a studi di psicologia dedicata che lasciano molto poco spazio alla capacità di discernimento razionale.
Per inciso possiamo dire che l’enorme sviluppo della pratica della pubblicità e degli studi dedicati, grazie anche alla grandissima quantità di fondi disponibili, ha reso questo mezzo capace di espressioni estremamente raffinate, tanto da rendere alcune performance vere e proprie forme d’arte. La qualità degli strumenti impiegati nulla, però, toglie alla sostanza manipolatoria del mezzo.

Ma la pubblicità serve ad indurre bisogni. Perciò è nata e perciò è coltivata. Ma il destinatario della pubblicità, recettore di enormi quantità di messaggi, che gli dicono che ha bisogno di quel cibo, di quell’abito, di quell’automobile, di quel viaggio, nella maggior parte dei casi non può accedere a quei beni.

E non può accedervi anche perché della ricchezza prodotta dal sistema la maggior parte delle persone non riceve che le briciole. Questo può far pensare che il sistema neoliberale, il sistema dei mercati, produca una grande quantità di frustrazione e quindi di infelicità, come prodotto di scarto.

Il dubbio che val la pena di esplorare, però, è se la frustrazione e l’infelicità non siano piuttosto uno strumento di mantenimento del sistema, purché gestite, purché indirizzate opportunamente.

Attenzione. Tutti i sistemi politici si sono basati su diverse forme di anestesia dei governati: dalle feste, agli spettacoli teatrali alle corse di bighe, ai giochi del Circo, alle religioni. Però quelle distrazioni di massa, in genere lavoravano sulle masse, che masse restavano: i popolani si incontravano, vivevano emozioni collettive, a volte si producevano in sommosse.

Una caratteristica innovativa della anestesia neoliberista dei governati è invece l’avere polverizzato il popolo, riducendolo ad una massa  di individui, una massa tanto incapace di assumere forme definite, da essere indicata come liquida.

Le occasioni di socializzazione sono praticamente avversate: anche la posizione di eventi e rappresentazioni destinate al consumo collettivo sono fruite individualmente: l’esempio della circolazione dei film passata dalle sale cinematografiche prima ai DVD e poi alla distribuzione sulle piattaforme di streaming, insieme agli eventi sportivi,  insieme ai giochi per ragazzi passati dai giochi fisici ai videogiochi di cui si è favorita l’esperienza on-line.

I personal computer, che erano già stati soppiantati nell’uso ludico dalle apparecchiature dedicate ai videogiochi, sono stati a loro volta sostituiti dal device più individuale di tutti: lo smartphone. Quest’ultimo strumento è diventato così pervasivo da riuscire a disgregare anche la compresenza tra pochi: capita a tutti di vedere persone in coppia o intere comitive stare vicino ma ciascuna intenta ad interagire col proprio telefonino.

Non è più fantascienza la proposta di partner virtuali mossi dalle intelligenza artificiale e generati dall’utente in base alle sue preferenze. Il trionfo del solipsismo.

Ovviamente per il mantenimento di una società così composta la scuola non è soltanto inutile:  è dannosa. Dopo aver reso pressoché impossibile lavorare allo sviluppo della persona, in classi pollaio seguite da persone precarie e malpagate (dove riuscivano a lavorare bene soltanto le persone estremamente motivate), si è passati a scuole votate allo sviluppo di “risorse umane” per le imprese. Scuole che coltivassero produttori non troppo fantasiosi e volitivi.

La società frutto di questo sistema è infelice e non potrebbe essere altrimenti. Le persone sono indotte a coltivare bisogni molti dei quali irrealizzabili, gli si prospettano obiettivi spesso irraggiungibili e le si convince che se non riescono è perché non hanno meritato il successo. L’unica protezione sarebbe la famiglia, spesso ridotta a coppia, a cui ci si  attacca disperatamente in assenza di altri punti di riferimento, ma anche la coppia è sottoposta a tensioni che ne aumentano la precarietà. Di fronte a una diffusa sensazione di solitudine e isolamento, gli omicidi – suicidi sono diventati frequentissimi, insieme ad altre reazioni abnormi alle situazioni conflittuali.

Tutto ciò non è un destino immutabile. Non ci si può abbandonare a questo stato di cose. Si può e si deve cambiare.
La cura sono le relazioni vere, fisiche, durature, non solo finalizzate. Una volta c’erano i partiti, o  le Chiese, le quali hanno mantenuto caratteri di superfamiglia e pur attaccate da più parti e affaticate dell’individualismo, hanno resistito meglio di altre aggregazioni.

Ma quello che è da aggiustare è il modo di produrre e quello di consumare. L’iniziativa privata è sicuramente efficace per perseguire l’innovazione ma, se non controllata, si trasforma e si muove con modalità selvagge, regolata dalla legge della giungla: pochi predatori, circondati  da gregari e poi la moltitudine delle prede. E le ultime innovazioni tecnologiche amplificano il problema.

Alla fine il tema è tornare a quell’equilibrio tra economia e politica scritto nella costituzione del ’48, bistrattata e a tratti stravolta dalle modifiche introdotte dalla seconda Repubblica: svilimento dei controlli parlamentari con legge elettorale maggioritaria, spostamento del baricentro legislativo verso le regioni, aprendo la strada a tentativi criptoscissionistici come l’autonomia differenziata. L’impastoiamento del Parlamento con la modifica dell’articolo 81. Adesso anche il tentativo di ridurre ulteriormente la funzione parlamentare e quella del Presidente della Repubblica, blindando il Governo.
Per non dire della drastica riduzione della progressività del sistema fiscale, che si aggiunge alla diffusa e tollerata evasione fiscale.

C’è bisogno di un vero riformismo, che si proponga di tornare allo spirito della Costituente, quella si aveva trovato una sintesi tra gli opposti.

Per farlo bisogna parlare alle persone e metterle in relazione ed esortarle a parlare del loro presente e del loro futuro, senza farselo raccontare da altri.